— Daune, — disse — nunc ipsa vocat res. Hac iter est.
Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era offerta.
— Daune, hac iter est! — gli gridò il liberatore incitandolo.
L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe nericce; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.
Egli lo seguiva con lo sguardo.
— Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento? Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!
Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare, le spiagge, le valli, i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore, prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non ti riavrà colei che canta.»
— Hac iter est.
E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini con nessuna parola, con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile; s'accomodò alla manovra, tranquillo.
— Lascia!