Al modo dell'airone liberato, il velìvolo corse per un tratto sul suo fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio.» Gli artieri e i pastori lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la foce, salire salire ancóra, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno, perdersi nell'immensità.
— Vedrete che va a finire in Sardegna — disse ridendo il più giovine.
Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando la gabbia vuota, scoteva il capo.
Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e chiara solitudine, senza turbamento, senza mutamento, in cui gli pareva esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità alcionia, come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albasia mattutina, senza soffio, senza flutto. Come quella quiete aboliva la rapidità, così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come già nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.
Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare come la bacchetta del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le acque. Era il Sole.
L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta navigando a ostro levante; la raggiunse, in calata verso il clamore che saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra ala ed ala, tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente spirava senza colpi né salti ne nodi; il mare mutava colore qua e là, simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo, che il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela, senza un filo di fumo, senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore, con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che farci se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo? Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso; gli ritornava singolarmente una strana divinità nelle mani che sole rimanevan nude in contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite. «Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la Sirena che non trovò mai?»
E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve, navigandogli incontro diretta a levante, verso la costa d'Italia. E la vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo. Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.
E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava un'ansia confusa che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine. «La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire giorno di trasfigurazione?»
Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le due pale dell'elica, senza tremare, senza tentare, senza fallire. Il tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il Sole dietro di lui salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente, come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.