E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano.

I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo. Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come in quell'altro giorno funebre quando gli aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la volontà di vivere per vincere.

Che poteva esser mai laggiù, in fondo alla linea dell'acqua, quella lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue mani terribili. E sentì tutto il suo corpo proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio.

Era la terra! Era la terra!

E il suo amore del fratello e il suo dolore e il suo ardore furono il Sole dietro a sé, sopra a sé, furono una presenza raggiante, una immortalità incitatrice.

Era la vita! Era la vita!

Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna, con la faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia, col sudore che stilla, con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle impronte come di percosse; e tale il suo sogno, tale il prodigio sostenuto con la tensione di tutte le fibre, con la durezza di tutte le ossa. E il tempo passava; e la raggiera irta rombava in ritmo; e l'astro dell'elica trivellava il cielo.

Era la vittoria! Era la vittoria!

E come allora e assai più, di tutta la sua volontà egli fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca: un ferro che vedeva come nessuno mai vide, un ferro che udiva come nessuno mai udì.