— La canzone che non canterai, Morìccica — fece il fratello ancor seduto sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. — Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione di tempi e di pause».
— M'è sempre cara — fece l'incantatrice. — È il valore di quel che non dissi non dico non dirò mai.
Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.
— Riassumo da oggi l'impresa delle Pause — ella soggiunse. — Ora andiamo.
Si volse per passare nel camerino attiguo.
— Ma come non l'abbiamo veduta? — fece con un grido di meraviglia, e s'arrestò.
Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle «pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio umano?
— Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause — disse Aldo inginocchiandosi per indagare l'imagine. — Tu stessa l'ispirasti a Tullo Lombardo?
Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.
— Ti somiglia — soggiunse sottovoce il fratello.