— Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri, apri.
Ella aperse. Le ributtò il triste odore.
— È pieno di ragnateli — disse, e richiuse.
— Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti da Costanza d'Avalos.
E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza parole, l'ardore senza concento.
Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini. La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo, come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.
— Sempre si rinnova l'incanto?
Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.
— La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?