Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace sul petto in tumulto.

— Il giorno senza fine!

Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte senza asciugarsi.

— Che faremo? Che faremo?

Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino al culmine del cristallo empireo.

— Sorella, sorella, non vedi? non vedi?

Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.

— Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!

Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera, levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di timore, di promessa, con due mani di statua.

— La puntura ti duole ancóra?