Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.

«Ancóra! Ancóra!»

Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per risplendere una nuova costellazione.

— Discende! Discende!

Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con clamore ineguale.

— Discende!

Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato. Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta dall'òmero d'Icaro sul mare.

Una voce di terrore gridò:

— L'elica! Una pala dell'elica!

E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò, irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.