— Cade!
Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma nell'anima.
— Cade! Cade!
E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi, beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo dell'anima parve un tuono.
Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto, tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.
Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo testimoniarono per le ali di lino.
— È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le gambe? rotta la schiena?
Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli, s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.
Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele, apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla, senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di rosa.
— Tarsis! Tarsis!