Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto, nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore infaticabile che girava la mèta.
La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare inciso dal novilunio.
Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve, quasi perdute su i mostri ruinanti.
— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa innanzi, passa, passa!
Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e nell'orrore, pareva senza termine.
— C'è il fosso a destra.
— Non importa!
— Ecco, si va.
La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi contro il sole.
— Vana, batti i denti?