Mortella.
Povera mamma!
Ella è abbandonata su una poltrona, raccolta in sé, quasi che il ribrezzo della febbre la riprenda, poggiata la gota a un braccio, guardando di sotto alle palpebre che battono come se la pupilla fosse ferita a ogni momento. Le sue brevi parole hanno un suono indefinibile, che non è d'ironia, che non è di pietà; sembrano venire da quel luogo profondo «dove non si sente neppur battere il cuore».
La cognata, per andare sino al termine, non vi s'arresta, non le interpreta. Parla, parla, in una specie di vertigine fredda; e la sua voce si falsa, ed ella medesima ne sente la falsità ma non può rimetterla nel tono giusto.
Giana.
Comprendo e rispetto il tuo sentimento, [pg!111] lo ripeto, in quel che v'è di fedele e d'inaccessibile. Comprendo che il tuo ritorno nella casa della tua memoria l'abbia esaltato, e che all'approssimarsi dell'anniversario doloroso ti sanguini il cuore. Ma ho vinto l'esitazione perché mi sembra che appunto in rispetto di quella memoria, appunto in suffragio di quell'anima, si debba superare questo male.
Mortella.
Sì, sì.
Ora ha una voce da nulla, una voce di piccolo essere schiacciato che non sa più respirare: qualcosa come quel soffio d'assentimento inconsapevole ch'esce dalle labbra della gente disperata dinanzi alla consolazione vana, al consiglio non compreso, al rimprovero non udito. È là, su la poltrona, rannicchiata, quasi senza forma, come una cosa a nulla, come una veste smessa.
Giana.
Ti domando dunque di confermarmi il tuo consenso al colloquio necessario che deve dissipare ogni ombra, che deve sciogliere ogni nodo. Non si può tener prigione la vita in una rete d'enigmi, né tenerla sospesa sopra il fascino d'uno specchio appannato. È vero? Siamo d'accordo?