Mortella.
Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa?
Gherardo Ismera.
Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, [pg!144] laggiù, dove ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve ne ricordate?
Mortella.
Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c'è stato uno che non abbia detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare: il rottame e l'annegato.
Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di spettrale.
Gherardo Ismera.
Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste, vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella.
Mortella.