Gherardo Ismera.

Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un'ala.

Mortella.

Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo.

Gherardo Ismera.

Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto! Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola Rondine non poté [pg!164] apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi? Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e non ho quel che ho donato.

Mortella.

Riconosco l'arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di me, né d'altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete confesso, siete giudicato.

Gherardo Ismera.

No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia; e [pg!165] non lo concede ad altri. Se tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone grandeggia là dove l'anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono stelle.