Mortella.
Se sùbito non mi rendi quell'arme, mi getto di sotto, a capofitto. Pòsala, e va via.
Ella ponta le due mani su la pietra della balaustra e s'inarca indietro, verso il vuoto, pronta al salto, con una risoluzione così violenta nella minaccia e nell'atto che la madre si piega, tende verso di lei la mano, fa qualche passo curva, come strisciando su le lastre, e posa la misericordia dall'impugnatura d'oro che brilla. Non ha ancora ritratta la mano e non s'è rialzata ancóra, né la figlia ha mutato attitudine, quando s'ode un passo alla soglia della porta destra, e appare Gherardo Ismera.
Sembra ch'egli venga in cerca di qualcuno; e da prima non s'accorge della presenza di Costanza e di Mortella su la terrazza già tutta occupata dall'ombra folta dei cipressi. Chiama a voce bassa, esitando.
Gherardo Ismera.
Giana! Giana!
Rapidissima, la donna si risolleva e mette il piede su l'arme rimasta a terra, nascondendola. Così, diritta, attende in silenzio.
Gherardo Ismera s'avanza, sta per salire i gradi; e ancora lo scuro della sera l'inganna, che egli ripete per la terza volta il nome.
Giana!
Scorgendo la donna su la terrazza, ha un sussulto improvviso e si arresta.
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Costanza.