Non è Giana qui. Sono io qui, e c'è mia figlia. Stavamo per venire a cercarti.

Gherardo Ismera.

Eccomi.

Egli ha già raccolte le sue forze, sapendo che l'ora dell'ultimo combattimento è venuta.

Costanza.

Dio vuole che mia figlia mi sia testimone in quest'ora. Dio vuole che l'ombra copra un poco quest'orrore e mi veli un viso inumano che certo non avrei potuto fissare alla luce del giorno senza averne gli occhi abbuiati e il cuore spento.

Non v'è alcuna violenza nella sua voce, ma una gravità che sembra dare a ogni parola un peso di sangue e di lacrime.

Gherardo Ismera.

Anch'io ho temuto, se bene tanto più forte. Anch'io ho tremato di pietà e — lo confesso — ho tentato di differire. Né m'attendevo questa testimone a un colloquio supremo che la passione filiale non può sopportare né intendere. Sottomettermi a [pg!192] un giudice, qualunque sia, non posso. L'ho già detto. Ma tu non giudicherai. Non si giudica il destino che ci martella e ci foggia. L'albero non giudica il fuoco che lo arde. E, se un atto terribile fu commesso, tu anche eri curvata sotto la necessità che lo volle.

Costanza.