Ella sospira la parola quasi dentro di sé, come sospesa al limite della contrada imaginaria ove Gentucca va a vivere la sua favola breve. Giana la chiama, come per dirle qualcosa di grave, esitando.

Giana.

Mortella...

Mortella.

Non ho mai patito la primavera come quest'anno. E tu, Giana? È forse la Guinigia che si rincarna in quella piccola selvaggia che fui... La mattina quando mi stiro, nel dormiveglia, mi pare che ho un braccio lungo come una scalinata di pietra e l'altro come un viale di bossolo, e che in una mano laggiù ho una dea vestita di borraccina e nell'altra una vasca piena di nannùferi.

Giana.

Mortella...

Mortella.

Pensa: i giorni son cresciuti di cinque ore, e fra qualche settimana ci si vedrà [pg!22] chiaro sino alle nove di sera! Guarda il colore del cielo. È troppo dolce. Ora d'un tratto il giorno si stacca e casca come un frutto troppo dolce, ruzzola ai piedi di Gentucca che lo raccoglie e lo morde e ne lascia mezzo a lui...

Giana.