Costanza.
Come! Tuo fratello è qui che può dirlo. Certo, Bandino si rammenta che ti canzonava per quel tuo intercalare intraposto a ogni specie di discorsi: «E ora, via, mi racconti una bella storia».
Ella tenta di raddolcirsi fino a simulare il sorriso d'una volta, quasi speri di disarmarla. Ma la fiamma cupa, che subitamente era salita alla faccia dell'avversaria, si spegne in un pallore d'ira repressa.
Mortella.
Non è vero. Che fanciullaggini!
È là, un poco piegata innanzi, palpitante, con un bagliore quasi bieco nell'occhio, con l'aria selvaggia di chi sia per balzare e si trattenga.
Giana s'è alzata, s'è appressata alquanto; e segue con attenzione la vicenda. Qualcosa di ardente e di pugnace sembra aguzzare il suo viso misterioso, quasi che nell'aria ella respiri un rischio incognito.
[pg!59] La sera già cala sul giardino simmetrico ove gli orli di bossolo disegnati sono già neri come una tarsìa di ebano. Si vede sul rigido muro di càrpini persistere una lunga e stretta lama di luce sulfurea. Una nuvola color di piombo pende a mezzo del cielo, gravida di pioggia. L'ombra invade a poco a poco la sala, occupa l'una e l'altra abside, riempie le nicchie.
Non ti fidare, mamma. Non varcare il limite. Puoi tendermi un laccio così tristo per cercare di pigliarmi! Come quel povero sorriso deve averti fatto male dentro!
Costanza.
Per disarmarti, non giova neppure spremersi dal cuore l'ultima goccia di dolcezza.