Gherardo Ismera.

Mi perdoni, signora, se entro così. Sono io, Gherardo Ismera. Giravo nel parco, aspettando mia moglie. S'è fatto tardi. È [pg!66] venuto il rovescio. Cercavo d'un domestico. Mi perdoni se mi sono ardito... Posso domandarle se Costanza sia ancóra qui?

Scorge Mortella che, diritta nell'ombra, tiene gli occhi sbarrati su lui.

Oh, Mortella! La mamma...

Udendo da quella voce nominare il suo nome, ella perde ogni dominio di sé. L'interrompe con una violenza subitanea, come forsennata. La collera le strozza la parola. Ella è là diritta, con la testa alzata, coi pugni chiusi, fosca e ardente.

Mortella.

No, no, non voglio! Non voglio che nominiate il mio nome, né l'altro davanti a me. Non voglio che voi abbiate ancóra codesta voce falsa per osare di rivolgervi a me, per tentare di ravvicinarvi. Ancóra una volta ingannerete tutti, e non me. Vi odio, vi odio. Voglio almeno gettarvi in viso, prima d'andarmene, il mio odio e il mio dispregio, con tutte le mie forze. Avete aspettato la notte, prima d'entrare, come se veniste per saccheggiar la casa un'altra volta...

Giana.

Mortella!

[pg!67]