Ella s'interrompe un istante e si cangia subitamente. La furia ostile l'abbandona; la voce perde ogni rudezza; la sua stessa persona sembra ripiegarsi. E nondimeno qualcosa di più sinistro le balena fra i cigli.

[pg!68] Mio fratello m'implora, mia madre mi supplica. Ecco che la grazia entra in me. Voglio esser docile, quel che si dice «un sennino d'oro».

Si ritrae a poco a poco verso l'uscio che è dietro a lei. Il sarcasmo le torce la bocca, ma una espressione indicibilmente infantile contrasta col suo volto convulso.

Padre d'anima, stasera troverete sotto il tovagliolo un mazzolino di quelle violette, e forse un altro sotto il capezzale. Sta bene così? Tutto sta molto bene così... E poi mi racconterete ancóra una bella storia.

Si trova su la soglia, si dilegua nell'oscurità, simile a una larva.

Giana.

Veramente, è come forsennata. Mi fa paura. Or ora non aveva un viso di pazza? e il modo, e l'accento, e lo sguardo della manìa?

Gherardo Ismera.

È una strana creatura, non senza potenza e bellezza. Sarebbe gran peccato se si perdesse. Ma non respira se non nelle finzioni che le nascono dentro, e ognuna in lei pare accompagnata come da un sentimento di necessità. Dal giorno che ho cessato di raccontarle [pg!69] qualche «bella storia», deve averne raccontata una a sé medesima, troppo cupa, e poi dev'essersi messa disperatamente a viverla.

Parla con una sorta di malinconia pacata e lucida, con una sicurezza grave, con qualcosa d'un artefice che abbia un suo modo risoluto di prendere la materia della vita e di trattarla da sobrio maestro.