Giana.

È questa la cagione del suo male?

Gherardo Ismera.

Per qualche tempo ho seguito con grande attenzione la piccola anima misteriosa. È piena di figure confuse che domandano uno spirito che le distingua. Era allora in lei un bisogno così ardente d'esser compresa e di comprendere, che certe volte il suo fervore somigliava a quegli uccelli che si precipitano contro i cristalli del faro e si rompono le penne senza chiudere gli occhi.

Egli è tuttavia in piedi. Giana s'è appoggiata a una spalliera, nella sua attitudine consueta, col mento sul dorso della mano; e sembra tesa a spiarlo da' suoi lunghi occhi di bautta. Come un'arme a un sol taglio, la sua voce ha da una sola banda un sottilissimo filo di derisione.

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Giana.

Voi siete dunque uno che sa leggere anche in un'anima di vergine? O meraviglia! Se penso alla mia d'allora, su l'orlo della vita, la rassomiglio alla farfalla quando beve; che ha le ali rialzate e congiunte dalla parte degli screzii e dei colori come quattro pagine combaciate dalla parte dello scritto.

Gherardo Ismera.

E dopo?