II.
Questa nobil donna un giorno
io conobbi. Era l’estate
ampia; e dolce il mare intorno
diffondevasi nel sole,
come un drappo suntuoso.
Templi, portici, obelischi
partoria l’imaginoso
vespro; e a fior de ’l mare pénsili
le sottili architetture
si moveano lentamente:
emergean lunghe figure
fra li intercolonni, a un tratto,
mostri umani o bestiali;
s’immergeano li edifizi
ne le fredde acque natali.
Ella, sola, su la loggia,
tutta involta da i prestigi
de ’l tramonto, in attitudine
d’indolenza, li occhi grigi
tenea quasi semichiusi.
Quando Alberto Delle Some,
conducendomi cortese
presso a lei, disse il mio nome,
ella volse il capo e li occhi
grandi aprì su la mia faccia.
Poi mi porse ambo le mani
sorridendo. Avea le braccia
sino al gomito scoperte,
bianche, pure, di squisite
forme; a’ bei polsi rotondi
eran finamente unite,
come a stel fiori, le mani.
Oh divine mani, oh bianche
mani ch’io non ho baciate!
Si posavan, come stanche,