Ben, quando (oh notte!) la divina chioma
io le disciolsi e vinta ella m’aperse
le braccia, il letto parvemi un altare.

VI.

Entra l’albore gelido, pe’ i vetri,
ne l’ombra di quel letto ov’ella dorme
stanca di voluttà con semichiuse
le dolci labbra in cui trema il sorriso.

Or la Luna, ferendo ne l’aperto
cofano i bei gioielli, gloriate
opere di sottili orafi, illustra
diamanti, camei, perle e smeraldi.

Splendono le collane, come spire
d’un favoloso rettile sopito;
e paiono viventi occhi i rubini.

Langue, da presso, entro la coppa un giglio
in sua verginità, nobile e puro
quale un vaso liturgico d’argento.

VII.

O amica dolce, non sapeste mai
la verace dottrina che ne ’l mondo
il figliuol di Gesù, bello e giocondo
adolescente, a l’ombra de ’l Sinái,

predicava, nel nome d’Adonai,
a le spose ed alli uomini ascoltanti
ed ai compagni efébi, in tra’ rosai,
mentre scendean dal monte i greggi erranti.

Ei, come Ciro figlio di Cambise,
destro era e forte, generoso e parco,
non superato in trarre lancia od arco;
e molte fiere la sua mano uccise,