la sua man degna d’un regale sire,
ben usa a profumar la chioma bionda
di rare essenze che facean languire
le femmine in soavità profonda.

Divino era il suo nome: Eleabani.
Ed era come un olio di viola,
sereno, che ne ’l suon de la parola
si spandesse a lenire i petti umani.

In fondo a l’occhio suo puro e crudele
eran segrete fascinazïoni.
Come il santo profeta Danïele,
avrebbe ei vinti a ’l suo giogo i leoni;

e con la voce, cantico di lire,
mansuefatti avrebbe aspidi in guerra.
Or prima, a soggiogar l’anime in terra,
trasse i cuor de le donne a ’l suo desire.

Tutte, da’ bei palagi ove risplende
l’oro, e da’ templi ove la pace dorme,
e da l’umili case, e da le tende
nomadi, e da’ tuguri, a torme a torme,

venivano a ’l figliuol de ’l Nazareno,
al bene amato eroe de la fortuna.
Lui proseguìano a ’l sole ed a la luna;
lui chiedeano, in morir de ’l suo veleno;

lui, ne l’alba, torcendosi le braccia,
invocavan su ’l tepido origliere,
o sognavano, pallide la faccia
tra l’ampia chioma, sfatte da ’l piacere.

Per l’orrore de’ portici silenti
a la fonte, assetata, una Maria,
come il cervo simbolico, venìa
e ne l’acqua immergea le mani ardenti.

Quindi, protesa le stillanti mani,
e il ventre, bianco qual coppa d’avòro,
nudata, mormorava:—Eleabani!
Eleabani da la chioma d’oro,

o tu per le cui nembra i rai de ’l sole
una veste han tessuta, Eleabani,
o tu cui ne la bocca come grani
di puro incenso odoran le parole,