Io sono viva e sono presente; ed egli ha trovato in me più d'un aspetto, e mi inebriano ancora le parole ch'egli diceva per significare la sua visione diversa ogni mattina quando gli riapparivo. Fino a ieri, certo, egli ha ignorata la mia attesa; e la sua inconsapevolezza vi ha illusa. Ma oggi egli sa. Comprendete? Egli sa che io sono qui, che io l'attendo. Stamani una lettera glie lo ha rivelato, una lettera che è giunta nelle sue mani, ch'egli ha letta. E io sono sicura, comprendete?, sono sicura ch'egli verrà. Forse è in cammino, forse è presso la porta. Volete che lo attendiamo?
Una straordinaria mutazione altera il volto di Silvia Settala. Sembra che qualche cosa di insolito e di orribile accada entro di lei. Ella è come chi a un tratto si senta afferrare da una spira e si torca nel ribrezzo e nel fascino serpentino, perdutamente. La fatalità antica della menzogna assale d'improvviso l'anima della donna pura, la vince e la contamina. Alle ultime parole della nemica ella rompe in un riso inaspettato, amaro, atroce, provocatore, che la rende irriconoscibile. Gioconda Dianti ne rimane sopraffatta.
Silvia Settala.
Basta, basta. Troppe parole. Il gioco è durato già troppo. Ah la vostra sicurezza, il vostro orgoglio! Ma come avete potuto credere ch'io sia venuta qui per contrastarvi la porta, per vietarvi il passo, per mettermi di fronte alla vostra audacia, senza che una sicurezza ben più salda della vostra mi affidi? La conosco la vostra lettera di stamani, mi fu mostrata, non so se con più stupore o con più disgusto.
Gioconda Dianti, sopraffatta.
No, non è possibile!
Silvia Settala.
Sì, così è. La risposta, io ve la porto. Lucio Settala ha perduta la memoria di quel che fu e chiede d'essere lasciato in pace. Egli spera che il vostro orgoglio v'impedirà di divenire importuna.
Gioconda Dianti, fuori di sè.
Egli vi manda? egli stesso? È la sua risposta? la sua?