Silvia Settala.

La sua, la sua. Io vi avrei risparmiata questa durezza, se non m'aveste costretta. Vogliate ora uscire.

Gioconda Dianti, con la voce rauca di collera e di onta.

Sono scacciata?

Il furore la soffoca e le dà un fremito gagliardo. Sembra che si svegli in lei la fiera vendicativa e devastatrice. Pel suo corpo pieghevole e possente passa quella forza medesima che contrae le musculature micidiali dei felini in agguato. Il velo, ch'ella ha sempre tenuto sul volto come una maschera fosca, rende più formidabile l'attitudine della persona pronta a nuocere in qualunque modo e con qualunque arma.

Scacciata?

Silvia Settala sta convulsa e livida dinanzi alla donna furibonda; e non lo spettacolo di quel furore la sbigottisce, ma qualche cosa ch'ella guarda dentro di sè, qualche cosa di orribile e d'irreparabile: la sua menzogna.

Ah, a questo voi l'avete condotto! In che modo? in che modo? Fasciandogli di cotone l'anima come la ferita? medicandogliela con le vostre mani molli? Egli è disfatto, è finito, è un cencio inutile. Comprendo; ora comprendo. Povero lui! Povero lui! Ah, perché non è morto, piuttosto che sopravvivere all'anima sua? Egli è finito dunque; è un povero mentecatto che voi condurrete per mano nelle strade solitarie. Tutto è distrutto, tutto è perduto. La sua fronte non si solleva più, il suo occhio è spento....

Silvia Settala, interrompendola.

Tacete! Tacete! Egli è vivente e forte, e non ebbe mai in sè tanta luce. Dio sia lodato!