Silvia Settala, con la voce morente.
È.... salva.
ATTO QUARTO.
Una stanza terrena, tutta bianca, semplice, con due pareti—che fanno angolo—quasi interamente aperte alla luce per un ordine di vetrate, al modo di un tepidario. Le stoie sono alzate: a traverso i cristalli si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d'oro sparse d'alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce pacifica dell'Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le Cascine di San Rossore, le lontane montagne di Carrara marmifera.
Una porta, che conduce all'interno, è nella terza parete. Da un lato della porta, su una mensola, è la Donna dal mazzolino—la nota figura di Andrea del Verrocchio—ospite nuova, venuta dall'altra casa come una compagna fedele, le cui belle mani sono pur sempre intatte, atteggiate di grazia verso il cuore. Dall'altro lato è una vecchia spinetta—del tempo di Elisa Baciocchi duchessa di Lucca—con la cassa di legno scuro intarsiata di legno chiaro, sorretta da piccole cariatidi dorate nello stile dell'Impero, con i suoi quattro pedali riuniti in forma di una cetra.
È un pomeriggio di settembre. Il sorriso dell'Estate sparente sembra incantare tutte le cose. Nella stanza solitaria è sensibile la presenza dell'anima musicale che dorme in fondo allo strumento abbandonato, come se anch'esse le corde rinchiuse fossero tocche dal ritmo che misura la calma del mare vicino.
SCENA PRIMA.
Silvia Settala appare su la soglia, venendo dall'interno; si sofferma; fa qualche passo verso le vetrate; guarda la lontananza, guarda intorno a sè, con occhi infinitamente tristi. V'è nella sua movenza qualche cosa di manchevole, che suscita un'imagine vaga d'ali tarpate, che dà il sentimento vago d'una forza umiliata e tronca, d'una nobiltà avvilita, d'un'armonia rotta. Ella porta una veste cinerizia alla cui estremità corre un piccolo orlo nero, come un filo di lutto. Le maniche lunghe nascondono i moncherini, ch'ella tiene distesi giù pe' fianchi e talvolta serrati contro, un po' in dietro, come per nasconderli nelle pieghe, con un moto doloroso di pudore.
Di fuori, tra gli oleandri folti, appare una figura feminina—La Sirenetta—che ha la sembianza di una fata e di una mendicante, in atto di chi spia. Ella s'insinua verso le vetrate con un passo furtivo, reggendo in una mano il lembo del grembiule ripieno di alghe, di nicchi e di stelle marine.
Silvia Settala, scorgendola e andandole in contro con un sorriso spontaneo impreveduto.