Cosimo Dalbo.
No; tu stai già bene, ma è meglio che tu non ti stanchi. Siedi qui....
Lo fa sedere presso la finestra; guarda la collina disegnata puramente sul cielo d'aprile.
Ah, mio caro, cose meravigliose hanno mirato i miei occhi e hanno bevuto una luce al cui paragone anche questa sembra smorta; ma, quando rivedo una semplice linea come quella là (guarda là San Miniato!), mi sembra di ritrovar tutto me stesso dopo un intervallo di errore. Guarda là il poggio benedetto! La piramide di Chéope non fa dimenticare la Bella Villanella; e più d'una volta, nei giardini di Koubbeh e di Gizeh, serbatoi di miele, masticando un grano di resina, ho pensato a uno svelto cipresso toscano sul limite di un oliveto magro.
Lucio Settala, socchiudendo gli occhi sotto l'alito primaverile.
Si sta bene qui; è vero? C'è un odore di violette.... C'è forse un mazzo di violette nella stanza? Silvia ne mette da per tutto, anche sotto il mio guanciale.
Cosimo Dalbo.
Sai? Ti ho portato, tra le pagine di un Corano, le violette del Deserto. Le ho colte nel giardino di un monastero persiano, in vicinanza della Tebaide, ai fianchi del Mokattam, su un'altura di sabbia. Là, in una caverna scavata nel monte, coperta di tappeti e di cuscini, i monaci offrono al visitatore un thè d'un sapore speciale, il thè arabo, profumato di violette.
Lucio Settala.
E tu me le hai portate, sepolte nel libro! Tu eri felice quando le coglievi, laggiù; e io avrei potuto esser teco.