Cosimo Dalbo.
Tutto era oblio, laggiù. Salivo per una lunga scala di pietra, diritta, che conduce dal piede della montagna alla porta dei Bectaschiti. Il Deserto era intorno: una immensa aridità allucinante dove soli vivevano il palpito del vento e il tremolio del calore. Non distinguevo qua e là, tra le dune, se non le pietre bianche dei cimiteri arabi. Udivo i gridi degli sparvieri, altissimi nel cielo. Guardavo sul Nilo passare a torme le barche dalle grandi vele latine, bianche, lente, di continuo, di continuo, come fiocca la neve. E a poco a poco mi rapiva un'estasi che tu non puoi ancora aver conosciuto: l'estasi della luce.
Lucio Settala, con una voce che pare lontana.
E io avrei potuto esser teco, oziare, obliare, sognare, inebriarmi di luce. Tu hai navigato sul Nilo, è vero?, in una vecchia barca carica di otri, di sacchi e di gabbie. Tu sei disceso in un'isola verso sera; tu eri vestito di lana bianca; tu avevi sete; tu ti sei dissetato a una sorgente; tu hai camminato a piedi nudi sui fiori; e l'odore era così forte che ti pareva di non aver più fame. Ah, ho pensato, ho sentito queste cose, dal mio guanciale.... E anche pel deserto ti seguivo, quando la febbre era più alta: per un deserto di sabbie rosse, tutto seminato di pietre brillanti che si sfaldavano crepitando come i sarmenti al fuoco.
Una pausa. Egli si solleva un poco, interrogando con un accento chiaro, ad occhi aperti.
E la Sfinge?
Cosimo Dalbo.
La prima volta la vidi di notte, al lume delle stelle, profondata nella sabbia che conservava ancora l'impronta violenta dei turbini. Soltanto la faccia e la groppa emergevano da quella specie di gorgo placato, la forma umana e la bestiale. La faccia, dove l'ombra nascondeva le mutilazioni, in quell'ora mi parve bellissima: calma, augusta e cerulea come la notte, quasi mite! Non v'è, Lucio, cosa al mondo che sia più sola di quella; ma la mia anima era come dinanzi a moltitudini che dormissero e su le cui ciglia cadesse la rugiada. La rividi, poi, di giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso e le gote erano corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende. Era il pesante mostro senz'ali imaginato dagli scavatori di sepolcri, dagli imbalsamatori di cadaveri. E mi riapparve nel sole la tua Sfinge imperiosa e pura che porta le ali imprigionate vive negli omeri.
Lucio Settala, con una commozione subitanea.
La mia statua? Tu parli della mia statua? Tu la vedesti, è vero, prima di partire; e ti sembrò bella.