— Sì, figlio mio. Ora, sùbito.

Ciro comparve al limitare, reggendosi su le grucce. Egli era mingherlino, con una grossa testa pesante. I capelli erano così biondi che quasi parevan bianchi. Gli occhi eran dolci come quelli d'un agnello, azzurri fra le lunghe ciglia chiare.

Entrando, non disse nulla; poichè era muto per una paralisia. Ma vide gli occhi dell'infermo, che lo guardavano intenti e crudeli; e si fermò nel mezzo della stanza, appoggiato alle grucce, irresoluto, non osando avanzare. La gamba destra, torta e raccorciata, aveva un piccolo tremito visibile.

Luca disse alla madre:

— Che viene a fare, questo stroppiato? Caccialo via! Voglio che tu lo cacci via. Capisci? Sùbito.

Ciro intese, e guardò la matrigna che già era per levarsi. La guardò con occhi tanto supplichevoli, ch'ella non ebbe cuore di fargli violenza. Poi, tenendo sotto l'ascella una gruccia, con la mano libera fece un gesto disperato. E gittò uno sguardo vorace alla madia ch'era in un canto. Voleva dire:

— Ho fame.

— No, no; non gli dar niente — si mise a gridare Luca, agitandosi tutto sul letto, imponendo alla donna il suo capriccio malvagio. — Niente! Mandalo via.

Ciro aveva chinato sul petto la grossa testa, tremando, con gli occhi pieni di lacrime. Quando la matrigna gli mise una mano su la spalla e lo spinse verso l'uscio, egli ruppe in singhiozzi; ma si lasciò condurre. Poi sentì chiuder l'uscio; e rimase sul pianerottolo, a singhiozzare. Singhiozzava forte e costante.

Disse Luca alla madre, con un atto iroso: