— Mbé, leváme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa' veni nu poche de culere, u ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo.

A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi dalla meraviglia, e quindi dal riso.

— Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie! — esclamò don Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del vecchio. E gli altri, scotendo il capo o battendo il pugno in sul tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.

— Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse? — fece Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto dall'ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo di lui e in quello degli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità contro la signoria insorgevano. — Dunque essi erano esclusi dai segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah, brutte cose, per la Majella!...

— Facéte vu. Nu ce ne jame — concluse il vecchio, acre, coprendosi il capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di dignità, in silenzio.

Come furono fuori del paese nella campagna opulenta di vigne e di gran ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accendere la pipa, sentenziò:

— Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenne li cocce, pe' la Majelle!... I nin vulesse esse' lu sìnnache.


Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente sconvolgeva tutti gli animi. In torno agli alberi fruttiferi, in torno alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, gli agricoltori vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile. Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani, aizzati, latravano fino all'alba. Le imprecazioni contro i Governanti scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d'ira. Tutte le pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione rimate all'improvviso.

Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità, confermando la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto l'unguento; e d'un tratto l'uomo (ch'era uno dei Paduani) stramazzò, torcendo le membra su le zolle, livido, con gli occhi fissi, con il collo teso, con ai denti una schiuma verde. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo.