— Addio! — ella ripetè, facendo l'atto di avviarsi alla discesa; ma vacillò sul sasso.
— Vi prego, Anatolia, rimanete ancora! — io supplicai, sorreggendola. — Ancora qualche minuto, qui, all'ombra, perchè possiate riprendere un po' di forza.... La discesa è aspra.
— Ci aspettano! Ci aspettano! — ella balbettò, quasi fuori di sè, comunicandomi la sua ansietà frenetica. — Andiamo, Claudio! Mi appoggerò a voi. Se indugiassi ancora, mi sentirei più male, non potrei più dare un passo.... Ah che orribile sete!
Io vedevo bene che la sua povera bocca ardeva di sete; e così angosciosa era la pietà che mi stringeva, ch'io mi sarei aperta una vena per dissetarla. Nessuna traccia di acque, intorno. Sole, in fondo al cratere estinto, le acque del lago che parevano piombo incandescente. Rapide imagini mi attraversarono il cervello, come in un delirio di febbre: il grande fiume roseo coperto di ninfee, Violante inclinata sul bordo del battello, il suo volto chino a respirare l'umidità del fiore, la durezza d'un suo sguardo acuita dai sopraccigli contratti....
Ma trasalimmo, sotto un'onda di suono improvvisa che giungeva fino a noi da un'ignota origine. Così grave era il silenzio negli alti deserti, che ci pareva non violabile; e, per lo smarrimento dei nostri sensi, quella infrazione inattesa ci percosse da prima come un fatto straordinario. Anatolia si strinse al mio braccio, interrogandomi con gli occhi dilatati.
— Secli — io le dissi, riconoscendo la natura del suono. — Le campane di Secli....
E stemmo in ascolto, l'uno a fianco dell'altra, chini verso il cratere sonoro, nell'ombra che il macigno gettava su le nostre teste.
Sonoro come un gigantesco timpano, il cratere vacuo ripercoteva le onde dei metalli vibranti confondendole in un cupo rombo continuo che si propagava per la solitudine di luce indefinitamente. Per tutta la solitudine, ove la materia originale splendeva impietrita nelle sue mille espressioni di furia e di dolore, per la valle fulva solcata dal fiume serpentino, per le propagini alpestri declinanti fino al mare lontano, per ogni luogo la voce di bronzo modulata dalla terribile bocca ignea diffondeva la sua parola misteriosa. Più oltre ancora sembrava giungere, ancora più oltre, nello spazio senza fine, nelle plaghe d'oltremonte e d'oltremare, là dove la mia vista si perdeva stanca, là dove trascorreva come un vento carico di polline un mio pensiero informe e incoercibile ma pur dotato d'un'oscura virtù creatrice. Un gran sentimento confuso — in cui si agitavano innumerevoli cose di dolore e di gioia, di passato e d'avvenire, di morte e di vita — mi travagliava la coscienza e sembrava dilatarla e approfondarla come fa dell'oceano la tempesta.
Attonito, io guardai il lago inferno, opaco e inerte come l'occhio cieco d'un mondo sotterraneo; e riguardai il cratere vorticoso in cui l'impeto del fuoco primitivo era rimasto fisso come la contrattura d'uno spasimo estremo rimane talvolta su le labbra del cadavere. Ed il mio sguardo si fermò su le umili case di Secli, su quel fragile nido umano che appena appena si distingueva dalla roccia a cui era sospeso. Ed ebbi la visione fantastica di quel popolo inconsapevole e taciturno, intento da tempo antichissimo a ridurre le viscere degli agnelli in corde musicali destinate ad esprimere nel linguaggio dell'arte le più alte aspirazioni della vita e a inebriarne miriadi di sconosciute anime nel mondo.
Continuava, continuava il rombo, senza pause, eguale, nell'aria infiammata. E, poiché la mia compagna era immobile al mio fianco, io non osavo parlare, nè rompere il fascino. Ma d'improvviso ella si rivolse scoppiando in singhiozzi, come se in quel punto ella avesse veduto il termine di un'agonia. Con la faccia tra le palme, contro il macigno, ella singhiozzava disperatamente.