— Anatolia, Anatolia, che avete mai? Rispondetemi, Anatolia! Ditemi una sola parola!

E, non resistendo allo strazio, feci l'atto di prenderle i polsi per scoprirle la faccia.

Udii da presso il rumore d'un passo veloce su le pietre, un respiro affannoso; travidi un'ombra.

— Voi, Violante?

Ella aveva su per la roccia ripida lo slancio elastico di una fiera, in tutta la persona qualche cosa di ostile e di malefico. Portava il capo tutto avviluppato nel suo denso velo azzurro, per modo che il volto rimaneva nascosto come da una maschera fin sotto il mento e gli occhi rilucevano a traverso il tessuto.

Si fermò presso il macigno, ostile, arrovesciando in dietro il capo come chi sia per rimaner soffocato. Ella certo si sentiva soffocare, ma non si sbendò. La veemenza dell'anelito le sollevava il seno e faceva palpitare il velo; un fremito infrenabile le scoteva le mani coperte di guanti lacerati: lacerati forse contro i sassi aguzzi, in qualche caduta perigliosa.

— Vi abbiamo aspettato — disse alfine, con la voce rotta che un poco sibilava — vi abbiamo aspettato molto.... Non vedendovi più tornare, io mi sono mossa... per incontrarvi....

Scorgevo il moto delle sue labbra convulse, a traverso il velo; indovinavo la trasfigurazione della sua faccia sotto quella soffocante maschera azzurra ch'ella non voleva sollevare. E l'émpito interiore cresceva così violento d'attimo in attimo, che non m'era possibile disserrar le labbra. Ma sentivo che non su me soltanto la necessità del silenzio era caduta.

Passava continuo su le nostre teste il rombo del bronzo, ripercosso dal cratere.

Anatolia aveva cessato di singhiozzare; ma le tracce del pianto restavano sul suo volto, e rosse apparivano le palpebre ch'ella teneva socchiuse.