— Andiamo — disse piano, senza guardare nè me nè la sorella.

E in silenzio ci avviammo giù per la discesa, accompagnati dal rombo, nella desolazione della luce.

Straziante discesa, che pareva non dovesse aver mai fine! Elle andavano innanzi o rimanevano in dietro, secondo le vicende del cammino; e io sorreggevo ora l'una ora l'altra, se vacillavano. Ad ogni tratto il cuore mi si stringeva, per la paura di vederle mancare. Quando le campane di Secli tacquero, avemmo un sollievo illusorio; ma sùbito ci accorgemmo che nella quiete dell'aria l'affanno palese dei nostri respiri aumentava la nostra sofferenza, e ci parve di udire troppo distintamente il rombo delle nostre vene.

Con una pertinacia selvaggia, sotto la sua maschera azzurra Violante resisteva alle soffocazioni. Certo, una sete orribile le ardeva la gola: come a me, come alla sorella. Quando nel soccorrerla le prendevo la mano, vedevo per le lacerature del guanto un po' del suo sangue su la pelle scalfita; e, con un turbamento profondo, ripensavo il roveto carico di fiori.


Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per l'ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza e il dolore delle tre principesse.

Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poiché grande era e singolare l'aspetto dei luoghi intorno.

Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d'un colosseo construtto per opera ciclopica, corroso da secoli e da intemperie senza numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d'una scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l'essenza d'un pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno come nei gesti dei simulacri perfetti.

Quivi sostammo, quivi io raccolsi l'ultima armonia.

Un uomo della gleba — che somigliava colui il quale aveva reciso col suo ferro adunco i rami del mandorlo fiorito — ci condusse a una sorgente nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida e glaciale; e su l'acqua galleggiava una tazza rustica di scorza, fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d'un frutto.