— Com'è precoce qui la primavera! — esclamai, per un bisogno di consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. — In febbraio vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una carcere per torturarvi.

— Dove sono i fiori? — domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.

Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.

— Eccoli! — gridai con un moto vivo di piacere additando un filare di mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.

— Sono nella tua terra — disse Oddo.

Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline fulve e gibbose come i cammelli del deserto.

— Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! — gridai scorgendo un'altra nube argentea e leggera di fiori. — Non vedi, Antonello?

Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a un tratto in me la vista dei primi fiori. — Ma qual più lieta accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese dalle vertebre di roccia?

— Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! — esclamò Oddo, a cui s'era comunicata la mia animazione impreveduta. — Ah se fossero qui!

E la sua voce esprimeva il rammarico.