I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano; tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche, lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombre nella lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno di esilio.
— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede, mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica — ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a Gaeta, da martire e da eroe, non è possibile che Iddio non lo risollevi e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara, più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a Parigi Enrico di Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava, nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come una cetra, un'appassionata compagna le cui narici feline parevano respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare, egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva: fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del dominio legittimo, la divina forma dei lidi, l'aura voluttuosa, il mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah, l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento, dati già al nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta, l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro — seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria Sant'Antonio scoppiò per tradimento....