— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto, accennando l'atto istintivo di chiudersi gli orecchi con le palme. — Che terrore!

— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi divenuti più dolci.

— Sempre.

— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli altri erano partiti per Civitavecchia, sul Vulcano, con la contessa di Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di mare....

— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di bandiere cucite insieme. Veggo i colori distintamente: erano bandiere per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi avevano mandata le suore dell'Ospedale....

Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.

La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage, parevano abolire le cose vaghe e trascolorite d'intorno, creare una specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i gemiti dei feriti trasportati nelle barelle. I malati negli Ospedali si sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! — D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e d'amore accoglieva l'apparizione della Regina su le spianate ove grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per nome e le baciavano il lembo della gonna....

— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe, che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a notte.

Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di cadaveri.

— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza, tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la faccia.