— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco, risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione. E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove, piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine. Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.