E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo, taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo. Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi, ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto? In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano, sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose belle per cingerne le ore che passano.„