Soggiunse, come per giustificarsi:

— Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....

Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io dovessi farla sanguinare.

Nondimeno esclamai:

— Ecco la buona novella!

E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa. Certo, ella attendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le prendessi le mani, e ch'io le domandassi: — Volete rinunziar per sempre ai vostri voti ed essere tutta mia? — Questo ella attendeva. E, sentendo così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le sue pene.

“Io potrei fare di te un essere di gioia!„ Era come una promessa, era quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?

Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. — Dov'erano, che facevano Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? — Io le vedevo spuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti; poichè ella aveva dietro di sè per la mia imaginazione l'ombra della sua roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi mortali.

Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: — V'è qualche cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani? E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?