— È vero.

Le labbra le tremavano, impallidite.

— Oddo e Anatolia vi accompagneranno?

Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.

— Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male — io le dissi con una commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me d'improvviso.

— Tacete, vi prego! — ella supplicò con una voce irriconoscibile. — Non mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le lacrime.... E mi sento soffocare.

Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia inesperienza nello spingere il legno fra l'intrico delle ninfee.

“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse abbandonata e incolta....„

Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai fiori, aveva nella sua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io pensai che traghettavo una vergine morta.

Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube. Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. — Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi discendeva per ricevere il battesimo? — Un'oscura leggenda di martiri diffondeva su i ruderi pagani una specie di santità dolorosa. “Martyris ossa jacent....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.