—Ora è persuaso?
—Sì. Ma che peccato! Un'intelligenza così rara!
Le mosche non si quietavano. Facevano tutte insieme un ronzio irritante. Assalivano me, l'albino, il commesso addormentato sotto il globo terraqueo.
—Quanti anni aveva?—chiesi io, sbagliando involontariamente il tempo del verbo, come se parlassi d'un defunto.
—Chi, signore?
—Filippo Arborio.
—Trentacinque anni, credo.
—Così giovine!
Avevo una strana voglia di ridere, una voglia puerile di ridere sul naso all'albino e di lasciarlo là stupefatto. Era una eccitazione singolarissima, un po' convulsiva, non mai provata, indefinita. Mi agitava lo spirito qualche cosa di simile a quella ilarità bizzarra e irrefrenabile che ci agita qualche volta tra le sorprese d'un sogno incoerente. Il trattato era rimasto aperto sul banco; e io mi chinai a guardare su una pagina una vignetta: un volto umano contorto da una smorfia atroce e grottesca. "Emiatrofia sinistra della faccia." E le mosche implacabili ronzavano, ronzavano senza posa.
Ma una preoccupazione mi tornò. Domandai: