Io ero più debole di lei. Il terrore m'aveva sopraffatto e non mi lasciava né pure la forza di proferire una parola consolante, di opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anch'io ero sicuro dell'atroce fine. Guardavo, nell'ombra violacea, Giuliana che mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i segni dell'agonia, i segni d'un disfacimento già avanzato e inarrestabile. Ed ella non potè soffocare una specie di ululo che non aveva nulla di umano; e si aggrappò al mio braccio.

—Aiutami, Tullio! Aiutami!

Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo. Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nell'eccesso della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia l'uomo che soffre al bruto che soffre: il lamento istintivo d'ogni carne addolorata, umana o bestiale.

Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:

—Aiutami!

E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Un'onda di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo l'impulso; ma la visione del delitto già consumato mi balenò dentro. "Tu non vivrai."

—Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso, intendi?, non posso più reggere; non voglio più soffrire.

Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse l'aiuto che io non potevo darle.

—Càlmati, càlmati, Giuliana…. Forse è venuto il momento. Coraggio! Siediti qui. Coraggio, anima! Ancora un poco! Sono io qui, con te. Non aver paura.

E corsi a suonare il campanello.