Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio di morte.

XXXI.

Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie s'erano protratte fino a quell'ora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il sonno m'aveva colto, all'improvviso, sul divano dove stavo seduto, nella stanza contigua. Cristina mi svegliò; mi disse che Giuliana voleva vedermi.

Nella confusione del risveglio, balzai in piedi ancora abbacinato dal sonno.

—Ho dormito? Che accade mai? Giuliana….

—Non si spaventi. Non è accaduto nulla. I dolori si sono calmati.
Venga a vedere.

Entrai. Vidi subito Giuliana.

Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi esanime. Incontrai subito i suoi occhi, perché erano volti alla porta in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono più larghi, più profondi, più cavi, cerchiati d'un maggior cerchio d'ombra.

—Vedi—ella disse con una voce spirante—sto ancora così.

E non cessò di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa Lisa, dicevano: "Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, né pur tu!"