Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie d'aridità m'aveva d'un tratto occupata l'anima. Non altro provavo se non un'avversione indomabile e innascondibile contro l'intruso, e rammarico e impazienza per la tortura che le persone inconsapevoli m'infliggevano. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre, Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di Raimondo.
Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta d'una cuffia ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma ancora rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe cicatrizzate di recente. Un po' di bava gli usciva dalli angoli della bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso ancora deforme.
—Ma a chi somiglia?—disse mia madre.—Non so ancora trovare una somiglianza….
—È troppo piccolo,—disse Federico.—Bisogna aspettare qualche giorno.
Mia madre due o tre volte guardò me e il bambino, come per meglio confrontarne le fattezze.
—No—disse.—Somiglia forse più a Giuliana.
—Ora non somiglia a nessuno—interruppi. È orribile. Non vedi?
—Orribile! È bellissimo! Guarda quanti capelli!
Ed ella sollevò con le dita la cuffia, adagio adagio, e scoprì il cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.
—Lasciami toccare, nonna!—pregò Maria, stendendo la mano verso il capo del fratello.