E rabbrividì visibilmente.
XXXVII.
Il giorno dopo, io e Federico andammo a visitare Giovanni di Scòrdio, Era l'ultimo pomeriggio di novembre. Andammo a piedi, a traverso i campi arati.
Camminavamo in silenzio, pensosi. Il sole inclinava all'orizzonte, lento. Una polvere d'oro impalpabile fluttuava nell'aria quieta sul nostro capo. La terra umida aveva un color bruno vivace, un aspetto di possanza tranquilla, quasi direi una pacata consapevolezza della sua virtù. Dalle glebe saliva un fiato visibile, simile a quello spirante dalle narici dei buoi. Le cose bianche in quella luce mite assumevano una straordinaria bianchezza, una candidezza di neve. Una vacca di lontano, la camicia d'un agricoltore, un telo spaso, le mura d'una cascina risplendevano come in un plenilunio.
—Sei triste—mi disse Federico dolcemente.
—Sì, amico mio: molto triste. Dispero.
Seguì ancora un lungo silenzio. Dalle fratte stormi d'uccelli si levavano frullando. Giungeva fioco lo scampanìo d'una mandra lontana.
—Di che disperi?—mi chiese mio fratello, con la stessa benignità.
—Della salvezza di Giuliana, della mia salvezza.
Egli tacque; non proferì nessuna parola di consolazione. Forse il dolore lo stringeva, dentro.