—Ho un presentimento—soggiunsi.—Giuliana non si leverà.

Egli tacque. Passavamo per un sentiero alberato; e le foglie cadute stridevano sotto i nostri piedi; e, dove le foglie non erano, il suolo risonava come per cavità sotterranee, cupo.

—Quando ella sarà morta—soggiunsi—io che farò?

Uno sgomento repentino m'assalse, una specie di pànico; e guardai mio fratello che taceva accigliato, mi guardai d'in torno per la muta desolazione di quell'ora diurna; e mai come in quell'ora sentii il vuoto spaventevole della vita.

—No, no, Tullio—disse mio fratello—Giuliana non può morire.

Egli affermava una cosa vana, senza valore alcuno d'innanzi alla condanna del Destino. E pure egli aveva pronunziato quelle parole con una semplicità che mi scosse, tanto mi parve straordinaria. Così talvolta i fanciulli pronunziano a un tratto parole inaspettate e gravi che ci colpiscono nel mezzo dell'anima; e pare che una voce fatidica parli per le loro labbra inconsapevoli.

—Leggi nel futuro?—gli domandai, senz'ombra d'ironia.

—No. Ma questo è il mio presentimento; e io ci credo.

Ancora una volta mi venne dal buon fratello un lampo di confidenza; ancora una volta per lui s'allargò un poco il duro cerchio che mi serrava il cuore. Il respiro fu breve. Nel resto del cammino egli mi parlò di Raimondo.

Come giungemmo in vicinanza del luogo ove abitava Giovanni di Scòrdio, egli scorse nel campo la figura alta del vecchio.