—Guarda! È là. Va seminando. Gli portiamo l'invito in un'ora solenne.
Ci appressammo. Io tremavo forte, dentro di me, come se mi accingessi a una profanazione. Andavo in fatti a profanare una bella e grande cosa; andavo a chiedere la paternità spirituale di quel vecchio venerabile per un figliuolo adulterino.
—Guarda che figura!—esclamò Federico soffermandosi e indicando il seminatore.—Ha l'altezza d'un uomo, e pure sembra un gigante.
Ci soffermammo dietro un albero, sul limite del campo a guardare.
Intento all'opera, Giovanni non ci aveva ancora veduti.
Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. Un sàccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.
Entrammo nel campo.
—Salute, Giovanni!—esclamò Federico, andando incontro al vecchio.—Sia benedetta la tua semenza. Sia benedetto il tuo pane futuro.
—Salute!—io ripetei.
Il vecchio tralasciò l'opera; si scoperse il capo.
—Copriti, Giovanni, se non vuoi che ci scopriamo—disse Federico.