Un lampo mi attraversò il cervello. Un gran tremito interno mi assalì all'improvviso. La vicinanza di mia madre mi divenne a un tratto insopportabile. Mi smarrii, mi confusi, ebbi paura di tradirmi. Il pensiero mi balenava dentro con tale lucidità, con tale intensità che io temetti: "Qualche cosa dalla mia faccia deve trasparire." Era un timore vano, ma non riuscivo a dominarmi. Feci un passo avanti, e mi chinai su la culla.
Di qualche cosa mia madre s'accorse ma in mio favore, perché soggiunse:
—Come sei apprensivo tu! Non senti che respiro calmo? Non vedi come dorme bene?
Ma pur dicendomi questo, ella aveva nella voce l'inquietudine e non sapeva nascondermi la sua apprensione.
—Sì, è vero; non sarà nulla—risposi comprimendomi.—Rimani qui?
—Finchè non torna Anna.
—Io vado.
Me n'andai. Andai da Giuliana. Ella m'aspettava. Tutto era pronto per la sua cena a cui solevo prender parte affinché la piccola tavola da malata le sembrasse meno uggiosa e il mio esempio e le mie premure la spingessero a mangiare. Io mi mostrai negli atti, nelle parole eccessivo, quasi allegro, diseguale. Ero in preda a una particolare sovreccitazione, e n'avevo un'esatta conscienza, e potevo sorvegliarmi ma non moderarmi. Bevvi, contro la mia consuetudine, due o tre bicchieri del vino di Borgogna prescritto a Giuliana. Volli che ella anche bevesse qualche sorso di più.
—Ti senti un poco meglio; è vero?
—Sì, sì.