Gli occhi di lei avevano perduta la loro durezza di smalto, s'erano animati, rilucevano umidi e tristi. Tutto il volto appariva alterato dall'espressione d'un sentimento straordinario. E io compresi ch'ella soffriva e che la nostalgia era il suo male.

XLIV.

S'approssimava la sera. Scesi alla cappella, vidi i preparativi della Novena: il presepe, i fiori, le candele vergini. Uscii senza sapere perché; guardai la finestra della stanza di Raimondo. Camminai a passi rapidi su e giù per lo spiazzo, sperando di domare il tremore convulso, il freddo acuto che mi penetrava le ossa, le contratture che mi serravano lo stomaco vacuo.

Era un crepuscolo glaciale, polito, quasi direi tagliente. Un lividore verdastro si dilatava su l'orizzonte lontano, in fondo alla valle plumbea ove s'internava l'Assoro tortuoso. Il fiume luccicava, solo.

Uno sgomento repentino m'invase. Pensai: "Ho paura?" Mi pareva che qualcuno, invisibile, mi guardasse l'anima. Provavo lo stesso malessere che danno talvolta gli sguardi troppo fissi, magnetici. Pensai: "Ho paura? Di che? Di compiere l'atto o di essere scoperto da qualcuno?" Mi sgomentavano le ombre dei grandi alberi, l'immensità del cielo, i luccichii dell'Assoro, tutte quelle voci vaghe della campagna. Sonò l'Angelus. Rientrai, quasi di fuga, come inseguito.

Incontrai mia madre nell'andito non ancora illuminato.

—Di dove vieni, Tullio?

—Di fuori. Ho passeggiato un poco.

—Giuliana t'aspetta.

—A che ora comincia la Novena?