—Vorresti tu che mia madre sospettasse? Vorresti tu che s'accorgesse d'un'avversione?

Parlavamo sottovoce. Anch'ella aveva l'aria sbigottita. E io pensavo:
"Ecco, ora entra mia madre stravolta gridando:—Raimondo muore!—"

Entrarono Maria e Natalia con miss Edith. E l'alcova si rallegrò del loro cinguettio. Parlarono della cappella, del presepe, delle candele, delle cornamuse, minutamente.

Lasciai Giuliana per ritirarmi nella mia camera, protestando il dolor di capo. Come fui sul letto, la stanchezza mi vinse quasi subito. Dormii profondo, molte ore.

La luce del giorno mi trovò calmo tenuto da una strana indifferenza, da una incuriosità inesplicabile. Nessuno era venuto a interrompermi il sonno, dunque nulla di straordinario era accaduto. Gli avvenimenti della vigilia mi apparivano irreali e lontanissimi. Sentivo un distacco immenso tra me e il mio essere anteriore, tra quel che ero e quel che ero stato. C'era una discontinuità tra il periodo passato e il presente della mia vita psichica. E io non facevo alcuno sforzo per raccogliermi, per comprendere il fenomeno singolare. Avevo ripugnanza per qualunque attività; cercavo di conservarmi in quella specie d'apatia fittizia sotto la quale giaceva il viluppo oscuro di tutte le agitazioni trascorse; evitavo d'investigarmi, per non risvegliare quelle cose che parevano morte, che parevano non appartenere più alla mia esistenza reale. Somigliavo un poco a quei malati che, avendo perduta la sensibilità d'una metà del corpo, si figurano d'avere al loro fianco, nel loro letto, un cadavere.

Ma venne Federico a battere alla mia porta. Entrò. Che nuova mi portava? La sua presenza mi scosse.

—Iersera non ci vedemmo—disse.—Tornai tardi. Come stai?

—Né bene né male.

—Iersera ti doleva il capo. È vero?

—Sì: per questo andai a letto presto.