—Vuoi stenderti sul letto? Tu ti riposerai e io ti starò accanto….

—No, Tullio. Sto già bene, vedi.

E ci fermammo sul limitare del balcone, al conspetto del cipresso.
Ella s'appoggiò allo stipite, e posò una mano su la mia spalla.

Dalla sporgenza dell'architrave, di sotto alla cimasa, pendeva un gruppo di nidi. Le rondini vi accorrevano e se ne partivano con un'attività incessante. Ma così piena era la calma del giardino sottoposto, così ferma era la cima del cipresso innanzi a noi, che quei frulli, quei voli, quei gridi mi diedero un senso di fastidio, mi dispiacquero. Poiché tutto s'attenuava, si velava, in quella luce quieta, desiderai una pausa, un lungo intervallo di silenzio, un raccoglimento, per assaporare tutta quanta la soavità dell'ora e della solitudine.

—Ci saranno ancora gli usignuoli?—dissi, ricordando le violente melodìe vespertine.

—Chi sa! Forse.

—Cantano verso sera. Non ti piacerebbe di riudirli?

—Ma a che ora ripasserà Federico?

—Tardi, speriamo,

—Oh sì, tardi, tardi!—ella esclamò, con una sincerità d'augurio così calda ch'io n'ebbi un fremito di gioia.